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Scrivetelo grande: Garda Terroir
Forse non sembra, ma ripartiamo proprio da dov’eravamo rimasti. Ripartiamo ancora da quell’idea opposta al monovitigno, al monovarietale, insomma, ripartiamo da quell’idea di opposizione alla monocultura* che ci ha guidato fin qui.
Se sto scrivendo è perché non mi sono arreso all’idea, suddita, di accettare che il Garda fosse un territorio satellite, periferico e subalterno. Al contrario, ci troviamo al centro di tutto: ad occidente la Franciacorta e il Monte Netto, a nord il Trentino ed Alto Adige, ad est la Valpolicella, a sud la Valle Padana, tutte queste zone abbracciano una depressione scavata da un ghiacciaio circa 50000 anni fa, il quale oggi si chiama Benaco, più noto, semplicemente, come Lago di Garda.
Ecco, questa sommaria descrizione può lasciare intuire quanta diversità di formazione parcellizzante, quante influenze climatiche diverse, quante diverse culture agiscano oggi sulla produzione dell’uva in questa porzione del 45° parallelo: proprio alla stessa latitudine in cui si colloca Bordeaux.
Terreno
Il terreno in cui coltiviamo la vite è morenico, apporta corpo e rotondità ai vini. Diviso equamente tra sassi trasportati dal ghiacciaio e creta di vario tipo: bianca nelle zone collinari, rossa, ferrosa, raggiungendo il fondovalle a Volta Mantovana, e in tutta la piana a sud della dorsale di Strada Cavallara, fino al Ponte Visconteo di Valeggio sul Mincio.
Scarsa piovosità ed interazione dello specchio d’acqua, che riflette luce, esercitano un ruolo davvero netto su queste terre: nelle esposizioni Sud, asfissia
radicale: le vigne vengono quasi prese al gioco dal sole, ridotte a buoi da soma trainanti uva. Il risultato è quella rotondità, quella spalla alcolica che certo non possiamo dire mal si sposi con i tagli bordolesi.
Anche se – l’abbiamo detto tante volte – la storia non è stata svolta su questi vitigni. Con l’esposizione nord le cose cambiano parecchio. Intendiamoci nulla a che vedere con la verticalizzazione dei vini, nulla a che spartire con eccessi d’acidità, semplicemente più freschezza, maturazioni un po’ ritardate, di certo molta più complessità nei vini. E specie sui rossi, non guasta in una terra la quale, come detto poco fa, rende tondi e fruttati i suoi prodotti.
Note:
1 Heath E. O’Brien, Jeri Lynn Parrent, Jason A. Jackson, Jean-Marc Moncalvo, Rytas Vilgalys Fungal Community Analysis by Large-Scale Sequencing of Environmental Samples, Appl. Environ. Microbiol., 71:9 5544-5550, 2005.
doi:10.1128/AEM.71.9.5544-5550.2005
2Ritengo che la sfogliatura esponga il grappolo non ad una vera maturazione, ma ad una forma di concentrazione dovuta all’irraggiamento del sole. Ne parleremo in futuro, in un articolo dedicato alle tecniche di maturazione dei frutti.
3Matteo 6,19-24
19 Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano.
20 Accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. 22 La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce. 23 Ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! 24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona.
4https://www.youtube.com/watch?v=H9WnpNjkwu0
Il dato sociale e antropologico
Alcuni anni fa, per rincorrere il mercato di un turismo poco esigente e desideroso di sole e spiagge abbordabili a due passi dal centro Europa, si decise che non vi era più alcuna ragione di lavorare con i capricci produttivi di vitigni quali i Groppelli (sponda bresciana), le Rossare e i vitigni a bacca grigia (sponda veronese), la Negrara e la Nosiola (sponda trentina), la Rossanella e il Tocai (sponda meridionale: colli mantovani e san martino della battaglia), senza dimenticare che queste divisioni sono puramente indicative, in un unico territorio tutto – normalmente – s’interseca. Del resto… erano gli anni del dopo guerra, un paese in piena espansione economica, i principali settori produttivi tutti da ricreare e un PIL ancora fortemente sbilanciato su un’agricoltura molto arretrata, anche se questo è un termine che non amo.
Si decise di espiantare vecchi vigneti collinari, creati con meticolose selezioni massali da generazioni di contadini gardesani, vitigni pressoché “inattaccabili” dai principali fito-patogeni sono stati sostituiti in larga parte con vitigni internazionali, salvo qualche raro caso (Corvina).
Oggi le cose sono diametralmente cambiate: il turismo è di alta qualità, attento ed esigente in un territorio ch’è stato capace di offrire molto in termini di ricettività, dunque: perché non trasportare questa perizia verso la produzione vitivinicola? La dignità del terroir (questa volta uso il termine nella sua accezione letterale – inteso come “territorio”) non può prescindere dalla rinascita e valorizzazione dei vitigni zonali ed autoctoni.
Resta inteso che sarebbe altrettanto sbagliato, anzi, diciamo proprio “stupido”, pensare di espiantare ottimi campi di merlot, cabernet, barbera, sangiovese o chardonnay ritenendo, come ho sentito dire da qualche collega, che “per andare avanti bisogna tornare indietro”. Queste affermazioni non mi appartengono.
Il progresso è sempre una strada ragionata, lavoriamo, valorizziamo quello che abbiamo e se questo è un vecchio vigneto, rispettiamolo sempre: è comunque la nostra storia. Anche se fosse una storia sbagliata, vogliamogli bene. Una vigna vecchia dovrebbe avere almeno la medesima dignità di un bosco di pari età, le piante non si pesano, si rispettano: specie se gli alberi in questione sono viti da vino.
La scelta di Josef: la Rossanella del Garda
Dei sei ettari aziendali, di cui uno e mezzo a bosco e seminativo, solo una parte è di proprietà, acquistata poco tempo fa a Ponti sul Mincio. Si tratta di un piccolo monte esattamente sulla foce ad estuario del Lago di Garda, s’innalza proprio sul bordo del fiume Mincio.
I vecchi proprietari avevano lasciato imboschire un meraviglioso vigneto di Sangiovese piantato nel 1975, regolarmente a catasto. Per la prima volta in vita mia ho dovuto rinunciare1 a ristrutturare un vigneto2, i vitigni erano morti, il porta innesto, molto più forte e vegetativo, li aveva uccisi quasi tutti. Ecco il risultato di anni e anni in assenza di potatura. L’inverno scorso abbiamo operato una selezione massale del nostro vitigno autoctono: la Rossanella del Garda, un clone dell’altrettanto rara Molinara. Il prossimo novembre le barbatelle saranno pronte per esser piantate e tornare a casa loro, dove generazioni di agricoltori gardesani – molto prima di me – avevano iniziato questo atto selettivo sulle piante, il quale, prima d’esser genetico è antropologico. Abbiamo prelevato le gemme su dodici vigneti diversi, i quali, a loro volta erano stati creati per via massale. La Rossanella è pronta per rinascere. Ne riparleremo compiutamente molto presto su queste pagine.
Ora vi chiederete perché vi ho raccontato questa storia, cosa centra col terreno? Sarò breve: non c’è terroir se non c’è autoctonia. Nel voler replicare modelli altrui si rischia solo di arrivare secondi. E come diceva Enzo Ferrari, i secondi sono i primi degli ultimi. Noi vogliamo provare davvero un percorso autonomo.
Cerchiamo diversità, non prevalenza.
Leggevo l’altro giorno sul sito aziendale di Stefano Amerighi, dopo l’assaggio di una sua davvero buonissima bottiglia di 2013 quanto segue “Le indagini geologiche e climatiche effettuate sul podere hanno poi confermato che questo era il terroir che stavamo cercando per mettere a dimora i cloni e le nostre selezioni di Syrah, scelte con attenzione nella Valle del Rodano”, percorso più che legittimo, il nostro punto di vista è esattamente contrario, la diversità di opinioni è il sale della dialettica, a maggior ragione lo sarà dell’enologia.
Il terroir morenico si caratterizza per una amalgama caotica di sassi provenienti dal ghiacciaio dell’Adamello Brenta.
Talvolta i detriti lapidei sono evidentemente stondati, segno di un passaggio in acqua, oppure della frizione che il ghiacciaio ha esercitato sfregandoli per terra.
L’argilla è il tratto fondante che lega tutti i terroir gardesani.
Le cime sono perfettamente bianche e assenti di sostanza organica, dilavata dalle piogge nei mille e portata nei fondo valle, dove ancora oggi esistono torbiere e piccoli laghi.
Grazie all’Istituto Enologico di San Michele all’Adige ed alla Fondazione Emund Mach, ci simo accertati che la Rossanella fosse un clone della Molinara, non un vitigno senza parentele genetiche note, ed abbiamo fatto quello che si è sempre fatto in campagna: la selezione massale su vecchie piante, in vecchi vigneti. Certi, del resto, che il terroir in cui avremmo coltivato la Rossanella fosse il migliore possibile per questo vitigno, ce lo garantiva la storia di tutti coloro che prima di noi si erano, sulle colline moreniche del Garda, accostati a questa uva per centinaia di anni.
Tutto può cambiare ed anche una zona meno conosciuta deve e può pensare di poter almeno competere con chi ha intrapreso un percorso di qualità molto prima di noi. Si tratta solo di essere sé stessi fino in fondo.
All’origine del terroir non c’è la terra ma la dignità e l’orgoglio non solo di chi la coltiva, ma anche di chi la vive. Se il terroir del Garda fin ora non ha avuto queste caratteristiche non è solo colpa degli agricoltori.
Ma non è detto debba esser così per sempre.
Vista del Lago di Garda da Torbole, estremo Nord, costa Trentina. In quest’immagine si puo notare molto bene quanto i laghi glaciali europei siano contornati da vere pareti montuose, ripide e scoscese. Sembrano lunghi Canyons.
* Quando diciamo di “opporci alla monocultura”, non intendiamo solo nel vino, perché pensiamo che la biodiversità e la storia dei vitigni siano un valore su cui lavorare: vinificazioni separate, punti di maturazione, vendemmie ragionate, etc. Quando diciamo di “opporci alla monocultura”, non intendiamo soltanto nell’uva, perché siamo rattristati nel vedere le campagne piene solo di pessimo mais, da semi brevettati. Quando diciamo di “opporci alla monocultura”, non intendiamo soltanto nelle coltivazioni, perché pensiamo alla diversità di pensiero come il più grande di tutti i valori, figlio del cristianesimo e del pensiero laico e liberale. Karl Popper c’insegna che tutto quello che non è passibile d’esser confutato nasconde in sé germi di totalitarismo.
Nel vino non deve esiste il concetto di “migliore”, perché se così fosse, significherebbe non comprendere il concetto di “diverso”. Al contrario, esercitare il proprio gusto, dunque la propria opinione, credo debba l’unico faro che ci guidi in questo oceano di etichette. In un bicchiere dovrebbe sempre esserci un’opinione.
1 Rinunciare, sì. Ma non prima di aver prelevato i tralci per la riproduzione massale di quel vecchio clone di Sangiovese gardesano. Tornerà nel sul campo quest’inverno.
2 Quasi tutti i dodici vigneti aziendali, in tre comuni (Ponti sul Mincio, Monzambano e Cavriana) sono di vigne vecchie. Alcune delle quali recuperate dall’incuria e l’abbandono.
Perché l’azienda che ricerca la qualità dei propri vini non dovrebbe mai spendere soldi assicurando i vigneti contro la grandine
Non tutti sanno che lo Stato, tramite le Regioni, copre parte delle spese sulle assicurazioni dei vigneti da vari tipi d’intemperie. Sembrerebbe questa un’agevolazione, in realtà è un classico caso di assicurazione per eventi molto rari, ad eccezione della grandine, col solo vantaggio della vendita di un servizio da parte della compagnia assicurativa: danni da vento forte o marciumi in cassetta durante la vendemmia sono davvero poco frequenti, ma inclusi nelle “polizze pluririschio”: le uniche che godano di sostegno pubblico.
Dunque questo sistema se non produce un servizio, garantisce solo un costo.
Ricercare la massima qualità significa essenzialmente due cose:
1) coltivare viti vecchie, quindi poco produttive;
2) nel caso di vigneti più giovani eseguire diradamento, tramite vendemmia verde, per l’abbassamento delle rese. In entrambi i casi significa lavorare molto al di sotto dei limiti imposti dal disciplinare di produzione, sia che si producano vini DOP, ed ancora più se si producano vini IGP. Sono escluse pochissime realtà, tra le più importanti al mondo quali, Amarone della Valpolicella, Barolo, Montalcino. Tutte situazioni in cui il valore intrinseco dell’uva, ancor prima che del singolo vino, è molto alto, anche grazie a disciplinari che prevedano rese ettaro davvero più basse delle altre denominazioni: ecco, in questo passaggio c’è tutto il succo del discorso…
Le assicurazioni non fanno distinzioni riguardo la qualità intrinseca dell’uva, ma sono ben pronte a decurtare il proprio premio ad aziende che producano
alta qualità, ovvero che abbiano poca uva sulla pianta.
L’unico evento che certamente produce un danno è la grandine, sempre più frequente. Alcuni dicono a causa dei cambiamenti climatici, effetti di un’attività antropica smodata o dell’inquinamento dell’atmosfera.
La grandine è sempre esistita, ed ha infastidito gli agricoltori da sempre. Era eminentemente un fenomeno primaverile, quando i temporali arrivavano inaspettati, svelti e volto intensi.
Oggi assistiamo ad un progressivo ritardo di questi fenomeni, i quali avvengono anche quando la frutta è già invaiata, ovvero gli zuccheri sono già nel grappolo.
Sole, Rame e Zolfo sono gli unici strumenti che abbiamo per evitare che il deterioramento colpisca tutto il grappolo. I periti delle assicurazioni determinano le perdite in base a quanta parte del grappolo la grandine abbia colpito.
Io non ho strumenti per dare una risposta certa, posso solo constatare che grandinate un tempo saltuarie, e comunque molto precoci, oggi sono più frequenti e di certo sempre più tardive, per cui sempre più devastanti.
L’assicurazione che si accostasse ad una piccola azienda artigiana, magari di vino naturale, constaterebbe rese bassissime, e proporrebbe premi,
come danni da grandine, irrisori. Si decurti questa beffa dell’odiosa, e quanto mai incomprensibile “franchigia”1: ne risulta davvero un misero ritorno, spesso quantificabile in poche centinaia di euro.
Risulta dunque evidente che l’attuale sistema assicurativo, relativamente ai danni da grandine, non risponde minimamente al criterio di giustizia, in quanto non tiene in considerazione quello che oggi è il maggior problema, fonte di massima competizione internazionale, ovvero la qualità del vino.
Se non di tutela la qualità dei frutti, non si tutela la qualità dei vini, provocando un enorme danno nel campo dell’export, essendo il settore vitivinicolo ai primi posti nel commercio estero nel PIL italiano, risulta chiaro quanto grave sia la situazione.
Con questo sistema le uniche strutture a guadagnare sono le Associazioni di Categoria, le quali svolgono le pratiche per la quota di sostegno pubblico ai costi assicurativi, e le assicurazioni stesse. Si parla di un volume d’affari di sei miliardi di euro, dei quali un quarto solo in Lombardia2.
Oggi come centinaia d’anni fa, è sempre più vero che l’agricoltore “Ha il portafoglio in mezzo al campo” oppure “Ha un’azienda senza tetto”. Al piccolo produttore artigiano, specie se non opera in denominazioni prestigiose, non resta che rinunciare all’assicurazione, al fine di non caricarsi di una spesa inutile.
Credo questa riflessione dovrebbe animare tutti noi quando, magari osservando uno scaffale o meglio una carta dei vini, giudichiamo il prezzo di una piccola azienda naturale. Ritenendo inoltre sempre più urgente che – soprattutto la ristorazione e la distribuzione – sottolinei e distingua i prezzi di grandi aziende da quelli dei piccoli produttori.
Molto più giusto sarebbe assicurare le uve come mancato guadagno dei vini, calcolando, con molta semplicità, i prezzi di vendita dell’anno precedente in base alle fatture emesse, tenendo in considerazione la quantità di uva prodotta nella dichiarazione vitivinicola. Allora si potrebbe parlare di un sistema giusto: un’assicurazione che tenga in considerazione anche la qualità del prodotto finale. Ed in questo sistema anche le Cooperative Sociali sarebbero sempre più spinte all’attenzione verso i campi in cui operano i propri soci agricoltori.
Tagliare l’erba manualmente, col decespugliatore, ovviamente in piena estate è un’operazione della massima fatica. Un’azienda vitivinicola tradizionale, non praticherà mai questa fatica.
Tagliare l’erba sotto la fila di una vecchia vigna, contorta dagli anni, irregolare, è ancora più difficile, lungo e va fatto quando la stagione è più calda. Un problema che solo chi pratica viticoltura artigiana, davvero artigiana, può avere.
Tutte queste istanza non vengo assolutamente incluse né dalle assicurazioni, né nel valore dell’uva, in caso venisse venduta
1Significato ripreso da Wikipedia: Per franchigia (o scoperto di sicurtà) si intende, in campo assicurativo, quella parte di danno che resta a carico dell’assicurato.
2http://www.agricolturanews.it/
La nuova Garganega 2017 è pronta
L’anno del Sale
Se l’anno scorso la Garganega ci ha regalato una spiccata acidità, possiamo dire che il 2017 è l’anno del Sale.
Potrebbe sembrare un’affermazione un po’ strana, per cui facciamo un passo indietro e cerchiamo di spiegare.
Larga parte delle uve bianche sono coltivate a Cavriana, in uno storico vigneto chiamato “Madonna della Selce”. Rivolto a pieno sud, si staglia sulla dorsale di Strada Cavallara, una vera “cordigliera” di piccoli monti lunga oltre dieci km che da Solferino procede quasi fino a Valeggio sul Mincio, passando per Cavriana e Monzambano.
In altre occasioni abbiamo avuto maniera di sottolineare che i Colli Mantovani hanno una dinamica d’esposizione fortemente contrapposta, ovvero con prevalenza Nord, oppure con prevalenza Sud.
È proprio in quest’ultima definizione che si colloca il luogo in cui viene coltivata buona parte del nostro Sur Lie Nature.
Il sole a mezzogiorno è caldo, anzi caldissimo d’estate. Le uve che ne derivano difficilmente possono trasformarsi in vini verticali, giocano piuttosto sulla rotondità, la struttura, il corpo ed il frutto. Condizione enfatizzata dall’assenza d’irrigazione: gli alberi, così come avviene in un bosco, non sono irrigati da nessuno, eppure una foresta cedua è il luogo più fertile della Terra. Anche le viti – ce ne dimentichiamo – sono alberi, e come tali vanno “coltivati”.
Forza del sole, esposizione, calore delle argille moreniche sono alla base dei toni salini della nostra Garganega. Precursore, forse, di quella mineralità che la geologia promette.
Come dicevamo all’inizio, il 2017 sarà ricordata come “annata del Sale”, l’estate caldissima ha prodotto vini che estremizzano le proprie caratteristiche.
Chi ci segue da qualche anno sa bene quanto a Josef vada stretta la logica del monovitigno, ma il nostro IGT monovarietale è solo un uvaggio misto con prevalenza di un solo cultivar.
Come sempre troverete buona quantità di Tocai di San Martino, vitigno quasi scomparso, a cui noi siamo affezionati. Vogliamo bene a questi alberi piantati del 1922, molti di questi ancora con vite maritata
all’Acero Campestre o a piede franco. I loro frutti sono la storia del Garda Mantovano. Nel nostro Brut Nature sono presenti anche piccole quantità di Bianca Fernanda (clone benacense del Cortese) e di Castei Romani (ovvero il Trebbiano Toscano o Ugni Blanc).
Insomma la nostra Garganega è soprattutto un’esperienza agronomica. Naso salmastro narrante dell’antichità del territorio e bocca sapida, foriera di raccontare l’enorme forza geologica che il ghiacciaio dell’Adamello-Brenta portò con sé scendendo a valle: Josef Garganega – Frizzante Naturale – 50000 anni dopo racconta ancora quest’esperienza fondante per il terroir del Lago di Garda.
A volte mi chiedono: perché non dare una “pulitina al vino” prima d’imbottigliarlo. Rispondo sempre che tutto quello che non serve, non è necessario fare. Così anche nel vino.
Forse migliorerebbe? Può darsi. Oggi vi sono pratiche “fisiche”, cioè non chimiche, come la flottazione dei vini che danno una sgrossata ai prodotti, noi non le pratichiamo.
Io credo che siano solo altre forme di filtrazione, svolte in modo diverso, ma infine il concetto non cambia.
Produco uva, non vedo perché non utilizzarla tutta. Le fecce fini andranno via via a migliorare il vino, prolungando in bottiglia una delicata macerazione.
Una bottiglia di Garganega. Siamo molto contenti di questa etichetta quasi neutra.
Credo esprima bene l’idea del vino stesso.
Da un lato significa “l’essenziale”, dall’altro vuol dire che nulla è stato aggiunto. Salvo molta perizia affinché il vino diventi naturalmente frizzante.
Non abbiamo nessuna velleità di far sì che questo prodotto si confronti con i più tecnici ed importanti metodo classico.
È una bollicina naturale, nulla di più. Se poi il suo essere “solo sé stesso”, significhi “essenza delle cose”, allora tutto quanto assume una valenza diversa e più alta.
Garganega Frizzante 2017
Alto Mincio – Indicazione Geografica Protetta
Altitudine: 150 m/slm
Tipo di Coltivazione: Cordone rinnovato, 4000 piante/H per Garganega e doppio arco o vite maritata all’acero campestre per Tocai. Inerbimento perenne sia nel filare che sotto la fila. Sfalcio meccanico due volte l’anno.
Nessun uso di anti botritici. Rame e Zolfo minerali, resina di pino come aggrappante fogliare. Cornoletame, cornosilice per agricoltura Biodinamica.
Nessuna irrigazione.
Resa/H: 65 q/h
Grado alcolico: 12,5 % Vol.
Quantità prodotta: 3300 bottiglie da 0,75 l, 60 bottiglie da 1,5 l.