Perchè oggi si usa la Biodinamica per la propria miseria?

Perchè oggi si usa la Biodinamica per la propria miseria?

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Perchè oggi si usa la Biodinamica per la propria miseria?

Alcune considerazioni su come venga sfruttata oggi la Biodinamica.

Non ricordo di averlo mai scritto, ma la mia prima esperienza agricola “in proprio” non è stata direttamente riguardante la Biodinamica, fu un’esperimento di coltivazione mista, mutualistica: nel medesimo campo feci crescere mais, zucca, pisello, m’interessava l’idea di costruirne una “Foresta da cibo”. La Biodinamica ha avuto inizio nel 2014, per me.

Oggi gestiamo sei ettari, di cui oltre la metà a vigna, poi prato polifita e bosco. Mi è subito stato chiaro che lavorare in Biodinamica era condividere l’antroposofia steineriana. Sembrerà strano, ma la tesi di questo articolo è proprio questa: non vi è più congruenza tra la Biodinamica e il suo significato.

Io l’accetto come una filosofia, la sua derivazione dal Cristianesimo, oltre ad essermi affine, penso si sposi davvero bene con la viticultura. L’ideale sarebbe la gestione completa della filiera, dunque includendo anche l’allevamento animale. Ad ogni modo fare Biodinamica è abbracciare l’esistenza di forze non visibili, immateriali, il cui centro è l’uomo, visto come un’entità psico-fisico-energetica.

Si tratta di coltivare se stessi: il primo lavoro che l’agricoltore dovrà svolgere in questo percorso è sulla propria interiorità. Una forma di Agricoltura Interiore del tutto simile alla meditazione, un’azione occidentale. Tanti infatti sono i mistici

che hanno percorso il vecchio continente, molti di questi erano religiosi che lavoravano la terra: San Francesco, Giovanni della Croce (falegname — pertanto buon conoscitore di alberi), San Benedetto, ecc…

Dunque la Biodinamica non è un regime di coltivazione, ma una disciplina spirituale atta a sviluppare la parte sensibile degli elementi inanimati.2

Durante la Pentecoste del 1924 Steiner tenne una serie di conferenze intitolate: “Impulsi scientifico spirituali per il progresso dell’agricoltura”.

Non vi è dubbio che il filosofo austro-ungarico si distinse per molte bizzarrie, e io per primo non posso che prenderne le distanze (senza contare molte tesi razziste — a dir poco deprecabili — inseribili in un’epoca drammatica e bellica). Tuttavia, i meriti delle sue tesi in ambito agricolo sono sotto gli occhi di tutti. Non voglio dilungarmi: non è di questo che tratta l’articolo.

Val bene la pena comprendere perché un pensiero nato all’inizio del secolo trovi successo solo negli ultimi dieci o venti anni. Nell’epoca in cui Steiner fondava la Biodinamica, l’Europa era devastata dalla cattiveria e dal nazionalismo, dal razzismo, dalla divisione di popoli culturalmente simili.

L’industria dei fitofarmaci è uno degli esempi più lampanti del pensiero positivista dell’epoca: carenze di determinati elementi nel terreno potevano (e possono) essere addizionati esternamente.

Più tardi tutto questo divenne glifosato e atrazina, le quali sono, oltre che dannose, da rifiutare in quanto presuppongono una delle idee più “positiviste” e drammaticamente totalitarie che io conosca, ovvero la selezione soppressiva dei vegetali (sul concetto di selezione torniamo fra poco).

Non esiste selezione positiva: ogni mancanza è un disequilibrio.

Di recente sono venuto a conoscenza della conversione in Biodinamica di una delle più grandi aziende toscane, quasi 160 ettari. Molte altre imponenti realtà lo stanno facendo; significa che tra pochi anni sarà consueto vedere il marchio “Demeter” sulle bottiglie, almeno quanto è consueto vedere quello Bio.

Com’è possibile — vi chiederete — trattare con pompe a spalla, manualmente, superfici così enormi? Come viene distribuito, dinamizzato il Cornoletame e il Cornosilice se i vigneti sono quasi sconfinati? Quante mani e braccia servono per fare tutto questo? Davvero buone domande!

Risposta molto semplice: non vengono più fatti a mano, ma a macchina! Certo, oggi esistono dinamizzatori meccanici, con enormi catini di rame, scaldati direttamente sul carro: e se volete, anche a noleggio! Sissignore, proprio così. E tanta pace al buon vecchio Steiner, il quale risponde espressamente ad una domanda specifica: nulla come le infinite vibrazioni di una mano è sostituibile nella dinamizzazione del 500 e del 501, ovvero i pilastri della Biodinamica, Cornoletame e Cornosilice.3

Vedete, sarà capitato anche a voi di frequentare supermarket bio: sono catene in cui potete trovare cibo certificato anche a buon prezzo — niente male, insomma. Tuttavia mi chiedevo, e solo ora comprendo, come fosse possibile scorgere in quei luoghi, magari su scaffali poco in vista, nei ripiani sottostanti, vini biodinamici davvero a prezzo troppo, troppo basso! Solo ora capisco, insomma: sono creati in aziende di dimensioni importanti, sostenute dalla meccanizzazione.
Non mi interessa polemizzare con il concetto di certificazione — può essere un utile strumento, specie sui mercati esteri, conosco aziende di qualità superba a riguardo. Tuttavia, chiarito il senso del discorso, io non trovo possibile credere che la Biodinamica, come disciplina umana, psichica e (soprattutto) spirituale, sia praticata dall’ampia manovalanza necessaria alla gestione di così ampie aziende.

Forse una cooperativa di potatori, terzializzatori di ramo d’azienda, può disporre il proprio animo al paesaggio e all’orizzonte? Certo, ma sarebbe proprio una curiosa eccezione.
Forse la potatura svolta sul carro in movimento, nei nuovi impianti a cordone libero, sposa davvero il lessico energetico di cui la Biodinamica è portatrice? Io non penso proprio. Eppure, nel dirlo, non mi sento polemico: nessuna acridine, solo voglia di dare dignità a gesti semplici.

Facciamo un passo indietro e ricominciamo da capo. Facciamo sì che la Biodinamica torni ad essere un atto dello spirito, non un regime agricolo. Da lì possiamo ripartire. Lascio a voi ogni considerazione riguardo i motivi che ci hanno portato fin qui.

Poco sopra parlavo dell’attitudine positivista connessa all’idea di selezione (delle specie). So perfettamente che, a parole, molti — tutti — sono positivamente toccati quando si parla di vitigni autoctoni o rari e del loro recupero. Le medesime persone appaiono dispiaciute quando vengono raccontati espianti selvaggi e la perdita di biodiversità ampelografica.
Intere zone sono state “glerizzate”, “nebbiolizzate”, “verdicchizzate”: una vera sciagura per quel che resta dei boschera, quagliano, maceratino preesistenti nelle rispettive zone.

Eppure ancora oggi i vini vengono valutati secondo parametri molto simili: per esempio l’acidità, il corpo o, peggio, il colore. Insomma — non faccia sorridere — un’attitudine razzista, nulla più.
Penso al destino della nostra Rossanella (che noi felicemente stiamo riproducendo per via massale), povera in grado, spesso anche in acidità, ma ricca in quello che la scienza chiama “glutadione”, ovvero il gusto di pepe e spezie.

Abbiamo perso il lessico alimentare. Forse ha ragione Michel Rolland nel dire che gli autoctoni vanno mantenuti in vita solo se producono qualità.
Io penso che gli autoctoni vadano mantenuti in vita perché trasmettono un lessico arricchente per il nostro spirito, sfumature — moltiplicabili per le decine di migliaia di vitigni al mondo — “acheropite”, ovvero non create da mano d’uomo.
Al contrario, i tannini del merlot, del cabernet o del shiraz, possenti e noti, sono il parametro in cui il nostro gusto si è formato; ma il nostro cervello è potenzialmente pronto a conoscere — e forse a riconoscere — toni, sapori e sfumature che non pensavamo neppure potessero esistere.

Comparare vitigni e terroir diversi su medesime scale è un gesto positivista, ed un inconsapevole atto eugenetico. L’uomo e la sua mente, nella loro immensità sono pronte a raccogliere possibilità di gusto e sapere tutte da esplorare.
Il nostro cervello è un’anfora le cui pareti tendono all’infinito. Pertanto in continua espansione.

Se accettiamo questi aspetti, ecco che appare chiara la miseria non solo del positivismo, ma il concetto darwinista di conflitto e competizione, il quale – in pochi decenni – ci ha guidato nel baratro dell’omologazione (dei sapori e non solo).

Siamo stati creati per essere molto, molto più grandi di quello che la Scienza ci ha descritto.
Sempre Steiner, sulla scorta del pensiero di Brentano, commenta l’idea (determinista) di Darwin come: «Il darwinismo è stata una teoria molto affermata nel diciannovesimo secolo, ma era una visione incompleta della realtà. Come se osservando una carrozza tirata da un cavallo si pensasse che chi tira è il cavallo e si dimenticasse il cocchiere. La dottrina darwinistica ha studiato benissimo come agisce il cavallo per tirare la carrozza, ma ha prescisso completamente dal cocchiere! Molti progressi scientifici di oggi sono validissimi ma incompleti. Molto logici ma lontani dalla realtà completa.»4

Nel mio piccolo guardo alla Biodinamica come un mondo di grandi potenzialità da vivere, da sperimentare con individualità, ma non da rendere etichette o falsità, non distintivi, ma luogo di massima libertà umana. E Stefano Bellotti ha ben ragione nel dire che tra tutte le attività, quella agricola è forse la più libera.

Non c’è entusiasmo se non c’è Verità, e quella verità potrà facilmente essere in un bicchiere o nella meravigliosa insalata del vostro orto, gioiosa della vostra gioia.
La Biodinamica non consiste nella sostituzione di alcuni prodotti agronomici con altri: questa non è solo una visione povera, è una visione materialista. La Biodinamica è soprattutto spiritualità, l’agricoltura è solo conseguente.

Anche per oggi all’origine di tutto c’è ancora l’uomo ed un pezzo di terra. E la nostra volontà di non limitarci.

1https://it.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Steiner
2Citazione da wikipedia :”Questa più che un metodo di produzione agricola è pertanto una filosofia che crede nelle “energie vitali” infuse nella materia inanimata.” https://it.wikipedia.org/wiki/Agricoltura_biodinamica
3Cito testualmente Rudolf Steiner, Impulsi Scientifico-Spirituali per il progresso dell’Agricoltura: “Domanda in sala: Nel caso si debbano trattare vaste superfici è permesso mescolare il Cornoletame con un agitatore meccanico, o non è bene? Risposta di Steiner: “Il problema è se si debbano prendere le cose con scrupolosa severità, o se si possa decidere di scivolare un po’ alla volta sulla via dei surrogati. E fuori dubbio che il mescolare la soluzione a mano è ben diverso che farlo per mezzo di una macchina. Ci si figuri però quale immensa differenza vi è se realmente si agita la soluzione a mano, con la presenza cioè di tutti i sottili movimenti che la mano genera dell’agitare, con tutto il resto che accompagna il processo e magari anche con le sensazioni, oppure se si agita semplicemente a macchina. […]” Koberwitz, 12 Giugno 1924. Ed. Antorposofica, Milano, 2014
4https://it.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Steiner
La meraviglia della fioritura del Frassino Orniello detto anche Frassino da Manna oppure Albero della Manna (Fraxinus Ornus) nel vigneto JOSEF denominato “Monte Scuro” a Ponti Sul Mincio. Un tempo i vigneti erano tutti a “supporto vivo”, ovvero a “vite maritata”. Questa specie di alberi è ormai molto rara.
In questo vigneto sono principalmente coltivate Negrara Trentina e Rossanella del Garda da cui produciamo prevalentemente Senza Titolo e Isidro Agricola.