Coltivare i propri lieviti: nel campo! Oppure si taccia.

Coltivare i propri lieviti: nel campo! Oppure si taccia.

Coltivare i propri lieviti: nel campo! Oppure si taccia. 150 150 Josefwine

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Coltivare i propri lieviti: nel campo! Oppure si taccia.

Non c’è dubbio, in questi anni di “conversioni” la più sentita è stata quella verso i lieviti indigeni, sarebbe corretto parlare di ritorno, ma questa precisazione non è importante. Almeno per ora…

Molte cantine oggi dichiarano con orgoglio l’utilizzo dei lieviti presenti nelle uve a discapito di quelli liofilizzati, selezionati in ambito enotecnico. Fanno bene a manifestare questo orgoglio. Per noi quella dei lieviti indigeni è una “non-scelta”, in quanto dovrebbe essere la normalità, non un’opzione tra le tante.
Non si vedrebbe, altrimenti, il motivo di eseguire una costante (e manuale!) gestione della chioma se poi non ci si fidasse delle proprie uve. Non fidarsi dei risultati significa non fidarsi delle proprie idee.

I lieviti si coltivano

Perché ho parlato della gestione della chioma in riferimento ai lieviti? Perché è sempre più chiaro a tutti che i lieviti si coltivano! Sissignore, i lieviti si coltivano come qualsiasi altra specie vegetale.
Ora, lo diciamo per i puristi della biologia, sappiamo benissimo che i lieviti come tutti i funghi sono degli Eucarioti appartenenti ad un Regno a se stante, ma ciò non toglie che a quel regno appartengano 100.000 specie di miceti conosciuti, e se ne stima l’esistenza di almeno altri 3 milioni1: tutte forme di vita coltivabili, anzi, allevabili. Da Josef guardiamo alla Vita come qualcosa di elevato, importante, unico, anche quando si tratta di vita microbica, ovvero di lieviti indigeni.

Cerchiamo di spiegarci meglio. Per quanto riguarda il vino, iniziamo col dire che i lieviti sono presenti in maniera predominante sulla buccia dell’uva.
Ne deriva che la gestione della frutta, ovvero le condizioni in cui i grappoli arrivano in pigiatura, non è solo una variabile secondaria, ma centro stesso della scelta enologica, pertanto il vino prodotto a seguito di una vendemmia manuale sarà del tutto diverso da quello vendemmiato a macchina. Il contatto con le foglie o la rottura degli acini nella vasca della vendemmiatrice a vibrazione, lo scambio con gli acidi interni al chicco, determina una varianza di ceppi che andranno a fermentare il mosto. Ma questo gli amanti del vino lo sanno già molto bene. Quello che invece non sempre è stato chiarito è che la tecnica di coltivazione della frutta ha un valore dominante nel patrimonio microbico, specie su quello presente nella buccia stessa: facciamo alcuni esempi pratici.

Alberata nei pressi di Aversa in Campania dove si produce il vitigno Asprinio.
La vite segue la propria natura di Liana, tornando ad essere una pianta “maritata” ad un altro albero. Questa forma di parassitismo e reciprocità crea un vero ecosistema, un terreno di coltura ideale per i lieviti indigeni

Se i lieviti sono muffe, la sfogliatura di qualsiasi tipo, cimatura apicale compresa, è una pratica che andrà ad esporre maggiormente il grappolo al sole.
Questo è particolarmente vero nelle sfogliature delle coltivazioni a cordone speronato, cordone rinnovabile e guyot. Il grappolo esposto direttamente ai raggi del sole maturerà di sicuro più velocemente2, ma impoverirà molto il patrimonio di lieviti sulla buccia.
I lieviti, infatti, come tutti i funghi, sono estremamente sensibili ai raggi solari, molti ceppi decadono per eccesso di luce e calore.
Non è un caso che le forme di allevamento della vite più antiche, ovvero l’alberello, alberata ed il tendone al Sud, il capovolto, il Sylvotz e i vari tipi di pergola (trentina, veronese, bellussi, maggiorina…) al Nord, siano tutte forme “a chioma folta”, caratterizzate da una forte estensione vegetativa. Perché? Innanzi tutto per questioni climatiche: l’altezza rispetto al terreno, specie al settentrione, preveniva le gelate primaverili, e – per quanto riguarda il tema di quest’articolo – la copertura evitava le “bruciature”. I colpi di sole erano (e sono) molto temuti.
Oggi sappiamo che, tuttavia, quelle forme culturali garantivano alla vite di essere pur sempre un albero.
Forme e chiome diverse determinano una varianza di “microclimi” interni alla pianta, punti di umidità diversificati all’interno della stessa, singola vite.
Questo “ecosistema interno” è essenziale per la coltivazione e la propagazione dei Lieviti Indigeni.
Sul cordone speronato, in una fila di uva completamente defogliata che si sta cuocendo al sole, dove tutti i grappoli sono ben ordinati alla stessa altezza, la luce impoverirà quel lessico di ceppi fungini che sono i lieviti, organismi unici che dobbiamo “allevare” seguendo la loro natura di esseri viventi.
Diverso è il discorso nelle forme più “arcaiche” come le Pergole/Tendone, il Doppio Capovolto (specie se molto ampio o eseguito con più tralci come nel caso delle colture gardesane), l’Alberello e l’Alberata (probabilmente la forma più valida per i lieviti indigeni): quello che sembra “disordine” della chioma, è invece ricchezza di microbiologia interna.
Purtroppo la ricerca di vigneti meccanizzabili sta eliminando le forme di allevamento tradizionali.

Per coltivare i lieviti indigeni nel campo mettiamo al bando gli antibotritici. Ovvero: “come volere la botte piena e la moglie ubriaca”.

È proprio così, se seguiamo la logica non possiamo pretendere di parlare di varietà di lieviti indigeni ed usare prodotti antibotritici, ovvero fungo-abbattenti.
La Botrite e i vari marciumi sono un problema,

spesso all’origine della tanto temuta acidità volatile, e in verità lo sono ancora di più quando si adottano forme di coltivazioni estese, ovvero quelle migliori (appunto) per la propagazione microbica.
Ma non possiamo tenere il piede il due scarpe, usare antibotritici e parlare di lieviti spontanei, curioso inoltre il fatto che già nel noto passo del Vangelo di Matteo (6,9-24) dove si dice che non si possa stare al tempo stesso con Dio e con Mammona, ovvero il
Demonio, si parli delle Tignole: un piccolo lepidottero responsabile della Botrite!3.
Non di rado la distinzione tra il pessimo Marciume Grigio, e l’ottima Botrite Nobile è questione assai labile, indistinta, addirittura sullo stesso grappolo possono esserci entrambe le realtà. Dunque, per dirla con Mario Merz: “Che Fare?”.
Nel 2016 a Ponti sul Mincio abbiamo avuto un attacco di Botrite davvero importante, ma non abbiamo mollato il colpo. Non abbiamo rinunciato al nostro campo, alla nostra uva, anche senza usare antibotritici, ma solo il rame e lo zolfo (i quali – lo ricordiamo – non sono esattamente amici dei microbi). All’epoca della vendemmia, il panorama che ci si presentava era allucinante: quasi un ettaro di vigna presa di mira dalla Botrite, ma al suo interno vi erano ancora tanti chicchi buoni, o parti di grappolo apprezzabili.
Abbiamo fatto una vendemmia chirurgica, chicco per chicco, il risultato è oggi saggiabile nello Josef Rosso 2016 e nell’Isidro Agricola 2016: grande concentrazione e lunghezza aromatica. Ed il primo ha solo 9 mg/l di solforosa: sarebbe dichiarabile “senza solfiti aggiunti”. Si è stabilizzato con il solo uso dei propri polifenoli, gli antociani.
La verità è che la Botrite (grigia o nobile che fosse), una volta eliminata dal grappolo sano per non rischiare ulteriormente, lasciava un patrimonio di lieviti indigeni enorme, profondissimo. Ancora oggi non sappiamo come, e dove, porterà l’evoluzione di quei vini. Lo scopriremo anno dopo anno. Ma la rotondità e la piacevolezza è sotto gli occhi di tutti.

Stampa medioevale con allevamento ad Alberata

Non c’è nulla da inventare, basta guardare oltre la siepe.

Scrivendo questo articolo mi sono tornate alla mente le parole di alcuni grandi vignaioli, trapassati e non.
L’enorme, indimenticato, Teobaldo Cappellano ricordava spesso che le sue vigne da Barolo non venivano cimate, proprio perché se “ad una persona continui a provocare ferite prima o poi si ammalerà”.

Quando (spesso) i vicini di campo mi prendono per “matto”, nella migliore delle ipotesi, mi piace pensare che lo stesso pensavano i confinanti di Teobaldo, guardando le sue vigne troppo vigorose o disordinate.
Oggi però i suoi vini sono sempre qui a ricordarcene la grandezza.
Proprio l’altro giorno riascoltavo un’intervista del noto produttore del Beaujolais, Marcel Lapierre, il quale sosteneva4 che l’uso degli antibotrici, a partire dagli anni 60/70, è stato il definitivo flagello dell’enorme specificità di lieviti indigeni che ogni zona possedeva.

Grappolo di Rondinella aggredito da muffa nobile: potenzialità microbica che inciderà in maniera distintiva durante la fermentazione.
Il metodo di allevamento è il “doppio capovolto alto”, un tipo di coltivazione “espansa” la quale consente punti di umidità diversificata all’interno della pianta.
Campo nei pressi del Santuario della Madonna del Frassino nei pressi di Ponti sul Mincio.

I lieviti di cantina? Ottimi, certo, se vinificate in una grotta. Ma se per caso avete una cantina “normale”, a norma di legge, con le superfici lavabili, ecc, ecc: meglio riflettere su come coltivare in campo i propri lieviti indigeni.

Tutelare i propri lieviti è ormai è una vera battaglia, non molto dissimile dalla tutela di alcune specie animali in via d’estinzione.
Eccellente vedere la cantina scavata nella roccia di Jean Pierre Robinot nella Loira, non ne possono che uscire vini di grande autorialità, grazie appunto al patrimonio microbico “indigeno” che solo un antro isolato al mondo esterno può dare.

Altrettanto particolare – ma perfettamente in linea con la medesima etica – quella di Frank Cornelissen, il quale non possiede una spelonca per realizzare i propri prodotti, ma ha adottato strategie di tutela del proprio patrimonio microbico di lieviti in cantina.
Mi ha fatto riflettere parecchio l’utilizzo dei gas nobili per saturare le anfore vitrificate (dunque più sterili della semplice terracotta) oppure l’utilizzo di vaschette per disinfettare le suole delle scarpe di chi entrasse nei locali atti alla trasformazione dei mosti, proprio per evitare, o limitare, lo scambio microbico tra l’interno e l’esterno del luogo di vinificazione.

Io penso che siano tutte esperienze molto buone, spesso frenate da una legislazione che vorrebbe rendere sempre più asettiche cantine destinate a trasformare, con la fermentazione, l’uva in vino: un processo “settico” per antonomasia. Altra contraddizione.
Non amo troppo i contenitori d’acciaio, l’ho già detto altre volte, tuttavia, la pulizia delle vasche (specie quelle più disinfettabili), ovvero l’inox e la vetroresina, non lascia grande spazio a ceppi di lieviti, e le superfici lavabili sul pavimento o sui muri, ancora meno.
Dopo la distruzione ambientale a scapito dei lieviti fatta nel passato recente con la chimica (vedi nuovamente il video di Lapierre – nota4): possiamo ancora parlare di lieviti di cantina? A mio avviso no.

I lieviti di campo

O iniziamo a parlare di lieviti di campo, coltivati e diversi ogni anno, oppure bisognerebbe iniziare a tacere di fronte l’evidenza delle sterilizzazioni attuali
e dell’impoverimento microbico passato.
Dobbiamo gestire le piante – nel campo – come singoli ecosistemi.

L’Alloro

Da Josef, a partire dalla prossima annata 2018, inizieremo – gradualmente – ad eliminare lo zolfo e, contestualmente, integreremo all’uso dell’Ortica già in essere da due stagioni, anche quello dell’Alloro.
Il Laurus Nobilis (alloro) sarà prodotto dal nostro bosco ceduo di proprietà, dove nasce spontaneo, essendo il Lago di Garda inserito nella zona fitoclimatica “Lauretum tipo 1”4, assieme alla Riviera Ligure di Levante ed al Lago d’Iseo.

Ne parleremo presto!

Stampa d’epoca in cui è illustrato lo schema per installare l’alberata tra la vite e il gelso, usato come sostegno “vivo”.
Una pianta di Manzoni Bianco si arrampica su un Acero Campestre (acer campestre) – nel vigneto Josef di Madonna della Selce a Cavriana.
Un tempo questi alberi, localmente chiamate “Opol”, venivano coltivati proprio come sostegno vivo nei vigneti.
Nei nostri campi teniamo molto a preservare gli ultimi esemplari rimasti di questa specie arborea un tempo diffusa in tutto l’areale gardesano.
Note:
1 Heath E. O’Brien, Jeri Lynn Parrent, Jason A. Jackson, Jean-Marc Moncalvo, Rytas Vilgalys Fungal Community Analysis by Large-Scale Sequencing of Environmental Samples, Appl. Environ. Microbiol., 71:9 5544-5550, 2005.
doi:10.1128/AEM.71.9.5544-5550.2005
2Ritengo che la sfogliatura esponga il grappolo non ad una vera maturazione, ma ad una forma di concentrazione dovuta all’irraggiamento del sole. Ne parleremo in futuro, in un articolo dedicato alle tecniche di maturazione dei frutti.
3Matteo 6,19-24
19 Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano.
20 Accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. 22 La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce. 23 Ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! 24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona.
4https://www.youtube.com/watch?v=H9WnpNjkwu0

Lo Josef Rosso 2016:

un altro millesimo di Rubino è pronto.

Il nostro progetto consacrato al Rubino ha da poco compiuto tre anni, oggi siamo molto contenti di poter proporre due diverse versioni dello storico prodotto del Garda Mantovano.
Assieme all’Isidro Agricola, lo Josef Rosso è lo “strumento” che ci permette di esprimere il nostro punto di vista sul vino, lavorando con più vitigni: contrari alla monocultura agricola, non potevamo esser preda di tendenze monovarietali, completamente al di fuori del percorso storico della vite.

Di cosa parliamo, esattamente, quando parliamo di una nuova annata? Di andamento climatico, di piogge, di caldo, di umidità, di colpi di sole, o magari – purtroppo – anche di grandine. Sappiamo che ogni vino è figlio del proprio millesimo, nulla di nuovo.
Molti tuttavia pensano che questo sia essenzialmente una risultanza metereologica.
Quasi mai si parla di quanto le singole scelte colturali dell’agricoltore – anche interagendo con il clima – possano influenzare il prodotto finale.

È un grave errore pensare che ogni anno un’azienda metta in atto le medesime pratiche della stagione precedente. Buonsenso e curiosità spingono a
perfezionare continuamente se stessi.
L’epoca vendemmiale e il punto di maturazione sono in continuo mutamento, pertanto il vignaiolo sarà spinto a superare se stesso, migliorando il proprio frutto, gestendo sempre meglio la propria terra.

Questa spinta al cambiamento e all’evoluzione è il vero poema di chi fa vino. La storia delle proprie scelte è un’Odissea, una Commedia, un’Iliade, una forma non verbale di poesia che porta a vini sempre diversi.
Pertanto s’è vero che il Buon Dio è Pantocratore, l’unico a sapere davvero quanto e se pioverà, se farà freddo o caldo, umido o asciutto, è l’agricoltore che deciderà quando cogliere il frutto, interrompendo quel cordone ombelicale tra l’uva e la terra iniziato in primavera con l’apertura delle gemme.

Ogni annata è diversa, perchè l’agricoltore è demiurgo nel proprio campo. Anche la storia dei propri frutti è un divenire misterioso di scelte non ancora compiute.

2016, una vendemmia ritardata, solo in vigneti esposti a Sud.

Se l’anno precedente avevamo gioito di un vino nato da piante prevalentemente esposte a nord, con un’escursione termica importante, strumento ideale,
questo, per compensare il caldissimo 2015; in questo 2016 abbiamo svolto un percorso completamente opposto. Le uve bordolesi nello Josef Rosso 2016 provengono da particelle esposte a sud, pertanto molto concentrate, dense e rotonde.

È stata un riflessione nata durante gli sciagurati, piovosi giorni inclusi tra fine maggio e inizio luglio 2016. Cabernet Sauvignon e Merlot hanno fatto parlare i loro terpeni aromatici, dischiudere la propria struttura in quella lunga macerazione a cui le uve erano destinate. Quale migliore percorso per i frutti che guardano al sole di mezzogiorno, restando all’ombra delle proprie foglie, in una pianta non eccessivamente cimata? Molto prodotto esposto a Nord, specie a Ponti sul Mincio, invece, se l’era portato via la Peronospera.

Il colore del vino è una caratteristica importante. Il Rubino 2016, Josef Rosso, ha fatto 37 giorni di contatto con le bucce. All’inizio, durante la fermentazione alcolica, abbiamo proceduto a due follature/rimontaggi quotidiani, e successivamente ad uno. Queste operazioni sono svolte a mano, con uno strumento auto prodotto: pertica di nocciolo e piede di rovere.

Riduzione dell’uva sulla pianta tramite taglio del grappolo

Conseguenza del caldo e del sole del sud, le uve destinate allo Josef Rosso 2016 sono state selezionate, tagliando a metà i grappoli sulle piante, tenendo solo la parte apicale del frutto, quella più zuccherina e “rotonda”.
Gran parte della rotondità di quest’annata è dovuta a queste scelte colturali! Si tratta di una vecchissima tecnica, ed è inutile cercare paternità nelle cose antiche, tuttavia sappiamo bene che la tendenza a “tenere” solo le parti alate del grappolo dette “recie” (orecchie) in dialetto veneto, è all’origine del ben noto vino “Recioto”.

Gestire la chioma dell’albero è una prassi manuale che svolgiamo da sempre, gestire il grappolo stesso è stata invece una sperimentazione del 2016.
Poco dopo questo taglio, la frutta ha iniziato un diverso ritmo di maturazione, e forse di surmaturazione. Ero convito l’acidità fosse crollata, invece no: lavorare sul grappolo è un’operazione maniacale che accelera il punto di bilanciamento tra acidi e zuccheri, certamente a favore degli zuccheri.

Uve di Merlot, si noti il punto di maturazione e il colore del raspo. Il taglio del grappolo a metà ha aumentato la maturazione fenolica coinvolgendo anche le parti verdi del frutto.

Il vino

Raccontare un vino quando sta già per terminare può sembrare un’attività un po’ snob. Ma non è così.
La follatura è durata 27 giorni, dunque un po’ più del 2015, l’alcool svolto è di poco meno di 14,5% vol, molti altri gradi alcolici sarebbero stati potenzialmente possibili, ma i lieviti indigeni naturalmente presenti nel vino hanno deciso di terminare il loro percorso proprio a quel punto.
E noi li assecondiamo. Accettiamo, benvenuta, la sua gradevolezza e rotondità un po’ inconsueta per un vino di così ampio corpo.
Infine è un millesimo che non ritorna, come tutti gli altri, forse sarà la surmaturazione oppure l’esposizione, ma questo Rubino 2016 al naso ha profumi di prugnola gentile passita, mentre in bocca è chiara la nota di legno di sandalo, lavanda, sapone d’Aleppo. Sui Colli del Garda Mantovano non ricordo espressioni con queste caratteristiche. Non amo “lodare” i risultati, pertanto mi fermo qui.

In questo millesimo è il 20% di vino ad esser stato in tonneaux per 10 mesi, un po’ più del solito: il vino era poco e le nostre botti sempre quelle, ecco perché è leggermente aumentata la quantità in affinamento, tutto qui. Il rovere è sempre lui: quello progettato apposta per Josef dai Fratelli Mittleberger di Bolzano.
Come dev’essere un carato? Su misura: proprio come un buon abito. E proprio come un sarto, il bottaio deve essere un grande artigiano capace d’interpretare gli obbiettivi enologici del singolo vignaiolo: lo standard – specie nel vino naturale – non esiste.
E noi lo rifiutiamo.

Fasi di ulteriore selezione delle uve, dopo la vendemmia manuale. Il rigore nella cernita dei frutti è un passaggio fondamentale per costruire un grande Rubino.
Solo i grappoli più belli verranno destinati alla composizione dello Josef Rosso.
Fasi di ulteriore selezione delle uve, dopo la vendemmia manuale. Il rigore nella cernita dei frutti è un passaggio fondamentale per costruire un grande Rubino.
Solo i grappoli più belli verranno destinati alla composizione dello Josef Rosso.

Solforosa sì, ma ci è scappata la mano: ce n’è troppo poca!

Lo ribadiamo, l’unico “prodotto” (per così dire) che aggiungiamo è un po’ di solforosa nel vino, a tutela della sua vita futura. Come tutti gli amanti del vino naturale, abbiamo vissuto il nostro periodo “NO SO2” – cioè no solfiti – per poi ricrederci.
Non ho parenti che producano vino, pertanto i miei esempi sono sempre stati altri produttori, primo fra tutti Josko Gravner, un faro nella storia enologica.
Il noto produttore del Collio ama spesso ricordare che dopo un triennio di esperimenti nell’escludere i solfiti, è giunto alla medesima conclusione di un altro caposaldo, l’enologo Emile Peynaud, ovvero che non si possa produrre vino escludendo completamente la solforosa.
Valga sapere che la storia dello “zolfo nel vino”, intendo quello aggiunto, perché sapete bene che la stessa uva ne produce diverso durante la fermentazione alcolica, copre 2000 anni di storia, ma il vino è vecchio di (almeno) 8000 anni. Pertanto ci fu un tempo di cui la solforosa fu un’innovazione tecnica per fermare la vera fine dell’uva, ovvero l’aceto (riflessione di Gravner).

Perché vi parlo di questo? Forse perché quest’anno ne abbiamo messa troppa? Niente affatto.
Come sapete si considerano vini senza solforosa aggiunta, quei prodotti che hanno meno di 10mg per litro di solfiti totali.
Lo Josef Rosso, Garda Colli Mantovani Doc, Rubino 2016 ha 9 mg/L di SO2 totali.

Lui, il vino, ne ha sviluppati pochi e noi ne abbiamo aggiunti pochissimi.

È successo casualmente, pertanto non riteniamo di dover cambiare la nostra normale dicitura “contiene solfiti”. Ci sforziamo sempre di restare poco sopra i 10mg/L, quest’anno siamo andati sotto, tutto qui.

Il vino evolve molto bene. E tanto basta.

Perchè molti ristoranti comprano ancora vini da uve coltivate con il Glifosato?

Potrebbe sembrare una provocazione, ma non lo è, o almeno, provocare non è nella volontà di chi scrive.
Vorrei subito chiarire un aspetto: per i prossimi cinque anni , nei paesi dell’Unione Europea sarà lecito utilizzare il principio attivo Glifosato. In quest articolo non c’è alcuna acredine, solo la volontà di analizzare le cose così come sono. Anche se questo, per alcuni ristoratori significherà mettere in discussione rapporti decennali. Noi qui ci limitiamo ai fatti.
Sapete che Josef coltiva in Biodinamica, pertanto – va da se – che fin dal primo giorno questo tipo di pratiche siano escluse in maniera tassativa. Noi ci limitiamo a tagliare l’erba a mano (siamo una piccola azienda), ma non ci sarebbe nessun problema nel tagliare l’erba “a macchina”, svolgendo quello che sulle guide si chiama “diserbo meccanico”.
La guida Slow Wine, l’unica che si sia posta un problema di salubrità nelle coltivazioni, ha recentemente comunicato che non attribuirà più premi e distinzioni a quelle aziende che diserbano chimicamente i propri vigneti: salutiamo con grande positività questa scelta.
Torniamo al nostro argomento, ovvero: “Perché un ristorante dovrebbe oggi continuare a proporre vini frutto di vigne trattate con il Glifosato”. È un buon argomento, che come detto divide e spesso lacera rapporti consolidati. In tal caso va ricordato un aspetto molto semplice, ovvero che ogni legge in campo sanitario (assecondando il Giuramento d’Ippocrate ancora oggi vigente), dovrebbe seguire il “principio di precauzione”1.
Si tratta di una regola che escluda qualsiasi pratica o prodotto che in medicina, alimentazione o agricoltura, sia sospetta di arrecare danni sulla salute dell’uomo o dell’ambiente.
Il Glifosato è stato messo ampiamente di discussione riguardo le sue caratteristiche nocive per l’ambiente, anche coloro che sostengono possa essere innocuo per la salute, confermano la gravità d’impatto per gli ecosistemi. È sospetto di essere un cancerogeno per l’uomo.
Sono molti gli studi che sostengono la sua “innocenza”, ma altrettanti lo mettono all’indice per i suoi danni. Buon senso, se non la legge stessa1, vorrebbe che il Glifosato venisse escluso non perché certamente nocivo, ma solo per il fatto si essere “probabilmente” nocivo. Un nemico dell’Ambiente può essere amico del nostro pancreas? Non credo.

Il Glifosato, spesso accompagnato da antigerminanti a garanzia di non permettere più ricrescita di altre erbe, impoverisce il terreno. Pertanto i suoi residui non possono che devastare la nostra flora microbica intestinale, anch’essa una “coltivazione” a tutti gli effetti.
Coltivare la propria flora microbica è un’atto agricolo. Tutte le volte che mangiamo “alleviamo e coltiviamo” i nostri batteri, i quali ci compongono e concorrono a definire la nostra singola individualità: proprio come un agricoltore (e un vigneron) fa con la sua terra.
Noi siamo la terra di noi stessi. Artefici non solo di libero arbitrio, ma anche di buona parte del nostro futuro sanitario. Bere bene e mangiare bene è un progetto.
Vi è poi un altro aspetto, importante per chi ama il vino: è logico dichiarare il diserbo un potente detrattore della fertilità del terreno.
Non serve grande cultura per comprendere che l’impoverimento della fecondità di un terroir è un grande limite per la qualità del vino .
Qualità e Glifosato non vanno d’accordo. E con grande probabilità anche la salubrità del prodotto ne risente.
Nessun grande vino è figlio di uve provenienti da Glifosato. A maggior ragione saranno i vini più semplici a dover mettere al bando l’erbicida che fu brevettato da Monsanto.
Diverse grandi aziende, con estensioni importanti, da diverso tempo si sono adeguate e non diserbano più.
Non amo fare nomi, ma intendo sottolineare si tratti anche di cantine non operanti nel mondo del vino naturale. La sensibilità e il desiderio di qualità viene forse prima del regime agricolo che si adotta.
Ma ora proviamo ancora una volta a chiederci perché un ristorante possa ancora proporre prodotti figli di questa molecola di sintesi, atta ad essiccare tutte le forme di vita assenti di lignina, ovvero tutti i vegetali salvo gli alberi già sviluppati.
Io non ho una risposta semplice. Resta inteso che non si possa parlare di tutela della tradizione, garanzia di artigianato, se poi non si tutela il territorio.
Questa frase: “tutela del territorio”, è un leitmotiv molto frequente, la quale spesso si pronuncia parlando in senso astratto, acquistare un prodotto libero da diserbo è un atto di forte “tutela del territorio”: è un atto di “tutela del terroir”.
Ho intuito subito il motivo per il quale l’Unione Europea rinnovi a singhiozzo la licenza ad un diserbante cosi impattante, non selettivo: ma non è questa la sede per far polemica, ognuno può formare la propria opinione. Non mi è chiaro perché coloro che sono in prima linea, coloro i quali

davvero rappresentano il mangiare italiano, non facciamo il gesto più semplice, genuino, onesto che si possa fare: comprare responsabilmente. Costruire la propria carta vini in maniera non detrattiva per il (proprio) territorio.
So che questo articolo sarà letto anche da qualche produttore ed allora io dico: forse negli ultimi anni siamo stati devoti e proni “al vigneto pulito”, “ben tenuto”, “ordinato”. Fin anche a sentirci, noi per primi, in disordine, se il vigneto fosse stato in disordine.
Avere l’erba alta, specie sotto la fila, non è un disonore, è invece responsabilità verso noi stessi, verso i nostri amici, verso tutti coloro che gioiscono nel nostro vino. Due passaggi di decespugliatore in estate ed uno in inverno risolvono il problema del verde sotto il filare: non voglio, non posso credere sia solo questo piccolo sacrificio che imponga l’uso di un diserbante!
E se l’azienda è ampia, allora ampia sarà anche la spesa dell’acquisto del Glifosato, ancora di più non sarà un sacrificio acquistare una delle tantissime attrezzature che tagliano sotto fila.
Infine, se proprio vogliamo dirla tutta: ci sono molti terzisti attrezzati con moderni strumenti che svolgono il taglio meccanicamente : 90 euro all’ettaro non sarà poi una spesa insostenibile?
La qualità vale ben più di quella cifra. Il viticoltore è il primo consumatore del proprio vino, la salute propria e di chi berrà il nostro prodotto non ha prezzo.
Giudicare l’atto dell’UE sarebbe troppo facile, sappiamo l’Italia e la Francia si sono opposte e determinante è stato il voto favorevole della Germania.
Eppure i tedeschi sono i più sensibili, i primi consumatori di prodotti biologici certificati: come giustificare un voto che si pone in aperta contraddizione con lo spirito della popolazione? Saranno di certo loro a valutarlo, e conoscendone la sensibilità non mancheranno di far pesare come un macigno questo voto al proprio governo, la democrazia e le cabine elettorali sono il luogo idoneo dove esercitare rimostranze.
Le decisioni di un consumatore consapevole hanno un peso sull’economia, una propulsione a far cambiare le tendenze del mercato molto maggiore rispetto alle leggi stesse.
Conto quest’articolo possa sensibilizzare ancora di più tutti coloro che acquistano vino, non verso scelte radicali: ma a scelte di buon senso e di bontà. Non c’è
maggior bontà di una cosa fatta bene. Non c’è maggior amore di quello di colui che nel proprio carrello, o nella propria carta vini, sa di avere al suo fianco solo produttori che sanno l’immenso valore che vive (è proprio il caso di usare questo termine) nel suolo.

Salvare il terroir significa salvare l’Uomo.

Ogni volta che comprate qualcosa, vino in particolare, pensateci. Siate consapevoli dell’enorme potere di cambiamento del sistema che c’è in voi quando spendete i vostri denari.
Comprare è molto più che votare, perché è un atto di consenso e partecipazione.
Comprare un determinato vino è anche un atto di fiducia, ma è soprattutto un grande atto d’amore verso una catena di azioni, un lessico, tra l’uomo e la natura,
tra il vignaiolo e la vite, che voi rendete ancor più grande con la vostra scelta.
Scegliere qualcosa, comprarlo, è infine un atto di libertà che cambia il Mondo. Un atto che confermerebbe grandemente il miglior Giorgio Gaber, s’è vero che “La libertà non è star sopra un albero: la libertà è partecipazione”, quale partecipazione più grande del godere, bevendolo, del lavoro di qualcuno: che diventa anche il vostro, acquistandolo.
Spero questa argomentazione non abbia urtato nessuno, auspico invece possa esser un elemento di riflessione e cambiamento per quelli, e sono tanti, che sanno discernere tra il bene il male: tra “il fatto bene e il fatto male”. Infine tra il giusto e lo sbagliato.

Note:
1 https://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di precauzione
In particolare le Nazioni Unite raccomandano il “principio 15”: «Al fine di proteggere l’ambiente, un approccio cautelativo dovrebbe essere ampiamente utilizzato dagli Stati in funzione delle proprie capacità. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale»

P.S.: Riportiamo un articolo dal Corriere della Sera, edizione di Brescia dell’11 maggio 2016:
http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/16_maggio_11/rapporto-ispra-brescia-troppi-pesticidi-meta-fossi-unterzo-falde-0a143b28-1743-11e6-aaf6-1f69bf4270d2.shtml

Ad esempio la Lombardia è l’unica regione in Italia ad indagare la presenza del glifosate nelle acque (dallo scorso anno anche la Toscana), anche se questo potentissimo erbicida è utilizzato in tutto il Paese. Il problema che emerge con grande evidenza è che oggi si trovano ancora molecole altamente tossiche utilizzati nei decenni scorsi.
È il caso dell’atrazina, ad esempio. È stata messa al bando negli anni Ottanta perché considerata pericolosa per la salute. Il monitoraggio attuale evidenzia ancora una contaminazione importante, soprattutto nelle acque sotterranee. Vuole dire che le molecole sono rimaste nelle zolle.

Terroir

Terza parte

Il valore della montagna come vettore magnetico

Con questo articolo riprendiamo la nostra riflessione sul terroir gardesano, ed in particolare iniziamo ad addentrarci in alcuni concetti più propriamente inseribili nella disciplina Biodinamica, dove il verticale e l’orizzontale, ciò che sta sotto la terra e ciò che sta sopra, vedono nella vite un elemento bifronte, che si sviluppa in tutti e due i sensi.

I Colli Mantovani sono l’estrema propaggine meridionale di una zona geografica che noi giustamente denominiamo Garda. In realtà il nome del lago di formazione glaciale è Benaco.
La sua conformazione è quella di una grande conca che si sviluppa da nord, con massima profondità, degradando verso sud fino a Sirmione, in una bonaccia che in un tempo remoto fu acquitrino.

I campi magnetici, i quali danno forma alla carica elettrica di ogni volume, nessun oggetto escluso, si articolano in un lessico di concavi e convessi: quasi ne necessitano per costruire una dinamica di differenze (di carica) che poi sarà davvero importante ed avrà nell’acqua un buon conduttore.

Se l’acqua è elemento sensibile al magnetismo (anche delle maree)1, necessariamente anche le coltivazioni costituite da liquidi, e la vite in particolare, sarà a sua volta interessata da queste dinamiche.

Avere due grandi contrapposizioni volumetriche, le depressioni del Lago da una parte, ed il maestoso, enorme volume del massiccio del Monde Baldo
dall’altra, esercitano contrapposizioni fruibili dal vignaiolo. La vite rispecchia questi contrasti.
Val la pena rifletterci ogni volta che ci accingiamo a qualsiasi azione nel vigneto.

Sembra un vulcano con una colonna di fumo che esce dal cratere, invece è il Monte Baldo che attrae alla sua sommità una grande nuvola.
Si tratta di pura attrazione magnetica del grande, enorme corpo solido del massiccio nei confronti dell’acqua contenuta nella nube.
Con variabili diverse, le quali variano di notte o di giorno, d’estate o d’inverno, anche l’acqua contenuta nei vegetali coltivati è attratta, proporzionalmente, da molti elementi.
Primo fra tutti la concrezione del Baldo, così come “lo spazio” assente, mancante, del Lago influisce in questo “lessico di forze”, di concavi e convessi.
Note:
1Il moto delle maree è generato dal potere magnetico del Sole e della Luna sull’acqua: i liquidi più soggetti a deformazione rispetto ai corpi solidi. Questo fenomeno nei fiumi è detto Mascheretto. I Laghi, oltre alla marea, sono ulteriormente toccati da un altro moto di carattere ondoso detto Sessa, causato dagli sbalzi di pressione barometrica.