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Rifiutando la logica del monovitigno
Una nuova stagione è ormai in pista, conclusi i lavori invernali di potatura ed “aggiustatura” dei vigneti: tirare i fili, sostituire qualche pianta mancante, consolidare argini, da Josef vi sono anche altre pratiche ormai “estinte” da svolgere.
Potare gli alberi dentro i filari, per esempio.
Proprio così, il vigneto non dovrebbe mai essere un campo specializzato, ma una policultura.
Quegli splendidi filari che conosciamo, i quali coprono interamente alcune delle più note regioni vitivinicole mondiali: Valdobbiadone con la Glera da Prosecco, le Langhe col Nebbiolo, la Champagne con Chardonnay e Pinot, ecc… e presto, magari, Lugana con la Turbiana, sono in realtà delle enormi monoculture che ingannano la tradizione e la storia sedimentata in centinaia d’anni di selezioni massali.
Un tempo gli innesti si eseguivano “in casa”, ovvero nelle cascine dove era sviluppata una vera arte di montare i vitigni sui piedi americani, e talvolta si preferiva addirittura non innestare, moltiplicando la pianta per propagazione, sotterrando un ramo – era questo un metodo chiamato localmente “Trattora”.
In altre parole, il vigneto era un organismo vivente, una policultura che alle piante da frutto, atte spesso a sostenere le vigne, “maritandosi”, intervallavano dei seminativi utili agli allevamenti, così come all’alimentazione umana: grano ed ortaggi.
La competizione colturale che ne deriva è a vantaggio anche della qualità dell’uva, la pianta dovrà sforzarsi di trovare in profondità i nutritivi
necessari, senza contare lo scambio di sostanze organiche che, specie le colture stagionali, apportano al terreno.
Josef si sforza di tenere viva questa visione agricola, faggi, mandorli, peschi, salici e olmi sono essenziali lungo i filari, così come la stagionalità del prato è cardine dei periodi di coltura. I molti fiori di tarassaco, ortica, erba medica e malva sono vitali per attirare le api, le quali impollineranno anche le viti.
Nel Garda i vigneti non erano mai a monovitigno, ma sequenze di quattro o cinque piante di Rossanella si alternavano ad altrettante di Negrara, Schiava, Merlot (di vari tipi), Rondinella, Rossetta di Montagna, Marzemino e Marzemino Padovano.
Durante la vinificazione i vari vitigni, aventi caratteristiche diverse ed epoche vendemmiali diverse, si compensavano l’un l’altro, l’elegante e tannica Negrara richiedeva la presenza della più fresca ed aromatica Schiava o Rossetta, le quali conferivano l’acidità malica necessaria. In altre parole una volta assieme, molte uve oggi espiantate perchè considerate “deboli”, trasformavano i propri singoli limiti in pregio gustativo.
Oggi abbiamo una consapevolezza enologica superiore, ma sappiamo che il grande vantaggio degli uvaggi misti è proprio quello del principio di “non dominanza varietale”, tutto a favore dell’espressione del millesimo. Con le uve miste è il terroir a dominare.
Tutti i vini di Josef sono derivati da uvaggi, frutto di gestioni separate, l’assemblaggio della cuvée avviene al termine della vinificazione . Dalla vendemmia 2016 abbiamo dato vita ad una seconda etichetta di Rubino:
Sperimentazione di Rossanella del Garda in purezza, annata 2015.
Isidro Agricola 2016, un vero progetto “creolo”, dove nessun vitigno ha prevalenza sugli altri, abbiamo messo al centro il territorio morenico, e dato futuro a vigneti con un’età media di quasi 80 anni.
La riforma nel Rubino, nel disciplinare del 1991, segna un impoverimento delle tipologie storiche, e soprattutto una perdita di cloni autoctoni. Via via le colline, e spesso i fondivalle, si sono riempite di varietà (cosiddette) migliori, perché più produttive: Chardonnay, Cabernet, Merlot.
I produttori di tutte le zone d’Italia hanno sempre più optato per il monovitigno, semplice da realizzare e soprattutto da comunicare. Contraria alla biodiversità, è altresì questa una scelta depauperante per il territorio: un vigneto centenario non dovrebbe essere espiantato, l’uva che ne deriva è di gran lunga migliore, con tannini e terpeni più strutturati e profondi.
Il monovitigno diffuso in tutta la zona, non importa se si tratti anche di vini blasonati come il Brunello, Barbareco, Barolo o Mosella, spesso significa anche monoclone, esponendo intere coltivazioni a delle pandemie fitopatogene. Essendo le piante identiche, sono simultaneamente esposte ai medesimi problemi e malattie vegetali.
Sperimentazione di Rossanella del Garda in purezza, annata 2016.
Ne deriva il fatto che anche la logica dei Cru è puramente figlia del monovitigno, impoverendo troppo la varietà vinicola di una zona, si è iniziato a ragionare sull’apporto che singoli campi, con esposizioni vocate, potessero conferire ai vini.
Molto più logiche ed in linea con la storia sono le “appellation communal o village”, le quali sono le vere genitrici delle sottozone del barolo (unico caso esteso in Italia). Citare come sottozona Barolo – Cannubi, non significa identificarsi in un campo, ma in una zona di Barolo. Così come in maniera più altisonante è stato per il Bardolino, l’Amarone, il Chianti (il quale prevede come possibile anche l’uso di uve a bacca bianca – e un parziale ripasso detto “governo all’uso toscano), tutti i grandi vini del nord Piemonte: Boca, Bramaterra, e molte altre zone, anche il Rubino è figlio di antica tradizione e di uvaggio misto.
Il DNA delle varietà gardesane è certamente a rischio, continuamente oscillante a richiami di sirene commerciali. Josef si è messo in testa di svolgere un vino moderno, salvaguardando varietà antiche.
I vitigni esprimono la storia di un’annata, unica ed irripetibile, una volta assieme conservano il tempo e parlano della terra e del suo futuro.
Bellissimi grappoli di Cabernet Sauvignon – sul tralcio un visitatore della vigna. Un campo a monovitigno impedisce la pluralità degli esseri viventi minori, come gli insetti: si tratta in fondo di una monocultura. Josef gestisce solo campi pluriculturali, inclusa anche la presenza di molti altri tipi di alberi oltre la vite.
Rondinella mentre svolge appassimento in pianta – annata 2015. L’uso di più vitigni consente molteplici risultati, poi si uniranno insieme nella bottiglia. Alla Rondinella è stato reciso il flusso linfare, consentendo quello che, gergalmente – si chiama “appassimento sulla pianta”.
Josef intende tuttavia questa tecnica un proseguimento della maturazione, avendo buona parte della propria linfa disponibile nel ramo a cui il grappolo resta attaccato.
Maniera ideale per favorire la Botrite Nobile: e nel 2015, così è stato!
Una volta le barbatelle, ovvero le “viti giovani”, non erano innestate.
L’attacco della Filossera (Daktulosphaira vitifoliae) in Europa è documentato dal 1856, tuttavia nel Garda i primi veri danni sono stati rilevati tra il 1900 e il 1920.
In quell’epoca si trattava di un problema “zonale”, ovvero vi erano villaggi colpiti e villaggi non colpiti.
Fino ad allora ogni vitis vinifera non era innestata, ma a piede franco. Parti di piante venivano fatte radicare nell’acqua e poi piantate senza portainnesto. Josef gestisce alcune decine di questi ultimi, rarissimi esempi di vite senza innesti.
Nella foto che vediamo, invece, c’è un esempio di “moltiplicazione per propaggine”: sotterrando un ramo, iniziava la radicazione. Dopo alcuni anni, il ramo sotterrato è stata tagliata, interrompendo ogni comunicazione con l’albero-madre e dando origine ad una nuova pianta, geneticamente uguale alla genitrice, ma pura, a piede franco. Un tempo questa maniera d’infittire il vigneto era detta “Trattora”.
Josef non aderisce a East Lombardy
La nostra attività sui social, si sa, cerca di essere la più intensa possibile. Chi non si rende conto della loro importanza resta fuori dall’attualità. L’argomento di
questo articolo è già stato anticipato sui nostri profili Facebook e Instagram.
L’ecologia e l’agricoltura dovrebbero essere l’apice dell’attualità. Chi fa agricoltura fa alimentazione, e chi fa alimentazione gioca il ruolo più alto in tutto ciò che l’uomo ha costruito nei millenni.
Da Josef ne siamo consapevoli, ma al tempo stesso siamo radicati nel principio di non contraddizione. Non possiamo tenere al tempo stesso il piede in due scarpe: “Non potete servire a Dio e a Mammona” 1.
Con molta semplicità, con nessuna acredine, con la giusta riflessione, abbiamo deciso di non aderire ad alcuna iniziativa legata ad “East Lombardy – European Region of Gastronomy” (www.eastlombardy.it ).
Siamo perfettamente consapevoli del valore che il quadrante Bergamo, Brescia, Mantova e Cremona riveste nella cultura agroalimentare europea, senza parlare delle eccellenze che, come uno scrigno, queste antiche terre custodiscono: tuttavia non possiamo e non vogliamo essere rappresentati, coordinati o anche solamente accostati alle amministrazioni di queste provincie e città.
Nulla di personale, non vi è nessuna critica specifica agli attuali amministratori.
Le nostre ragioni sono legate al livello d’inquinamento di questo territorio: è troppo alto, le amministrazioni sembrano non voler far nulla di concreto per migliorare tale problema.
Nel sud della provincia sono operativi inceneritori privati, ad esempio quello del gruppo Frati a Romanore e a Pomponesco, così come quelli del gruppo Saviola a Viadana e Sustinente 2.
Nella città di Mantova, a poche centinaia di metri dalla Camera Picta del Mantegna e dalla Basilica di Leon Battista Alberti, è attualmente in progetto un nuovo inceneritore per la cartiera Pro-Gest 3.
A Brescia è presente un grande impianto che da solo produce il 10 % di tutte le polveri sottili della seconda città Lombarda 4, il quale inquina di più rispetto a quelli di Milano e Bergamo 5.
Con quale diritto, pertanto, possono essere le Amministrazioni Pubbliche a rappresentare e coordinare la buona alimentazione e la sostenibilità ambientale?
Sfogliando la carta vini di un caro amico ristoratore, con molto orgoglio, ha raggruppato, inserendoci, tutti i vini provenienti dai territori “East Lombardy”, ne siamo orgogliosi. Ma il nostro orgoglio è soprattutto la sua fiducia ed il suo sostegno.
Se si fosse pensato di mettere questo risultato nelle mani degli operatori, ristoratori e produttori agroalimentari, allora la cosa – pur nella nostra piccolissima dimensione – ci avrebbe coinvolto ed interessato, ma la gestione politica della tutela agroalimentare in questa questa parte d’Europa che sta pagando gli sbagli del passato (e che molti politici sembrano disposti a ripetere), rischia di non avere credibilità. Di certo non può avere il nostro appoggio.
Vigneto Josef: nessun diserbo e glifosate, l’erba viene tagliata solo manualmente. Ecco un impegno concreto che dovrebbe essere l’obiettivo di tutte le aziende agricole in East Lombardy.
Come si potrebbe garantire maggior tutela del Creato nell’East Lombardy?
1) Basta allevamenti di bestiame (specie suini) esclusivamente al chiuso o tramite farine: il maiale in natura non mangerebbe mai solo granaglie. Ma necessita di un’alimentazione varia, salubre e spontanea.
2) Eliminazione totale del glifosato in agricoltura. Basta diserbanti.
3) Riduzione concreta delle micro polveri, eliminando gradualmente ogni forma d’incenerimento dei rifiuti o scarti di lavorazione.
4) Basta aree a monovitigno. Difficile tutelare la biodiversità se poi si espiantano vigneti storici, sostituendoli con le solite tre varietà (Chardonnay, Merlot e Cabernet), internazionali e non locali, più versatili e produttive. Anche in Lombardia vi sono intere aree coperte da una sola cultivar.
Questa è innovazione? Oppure tutela delle tradizioni?
No di certo.
Pochi punti, molto concreti, aiuterebbero a migliorare davvero lo stato della Pianura.
Sfogliando il sito, troviamo tra gli obbiettivi: “In secondo luogo, si vuole stimolare una maggiore integrazione sostenibile delle risorse nelle province coinvolte, tramite l’attuazione di mirate campagne d’informazione e sensibilizzazione al consumo consapevole e alla produzione sostenibile del cibo, accanto alle quali è necessario attivare dei sistemi di distribuzione e promozione che favoriscano i piccoli produttori, affinché possano aprirsi sul mercato preservando la propria tipicità 6. Già, peccato, tuttavia, che tra gli ambasciatori del prodotto, i quali dovrebbero essere persone ed aziende perfettamente in linea con quanto sopra dichiarato, possiamo trovare il presidente di un preminente consorzio di tutela di un formaggio che – a differenza del Parmigiano Reggiano – è prodotto nutrendo le vacche con mais o farine, sempre in stalla, senza quasi la possibilità di muoversi liberamente, magari in un prato. Oppure un produttore di salumi suini, i quali capi (decine di migliaia), alla stessa maniera, non sono mai stati al pascolo. Concludendo riguardo un personaggio, leader di un gruppo vitivinicolo, forte di un territorio, come la Franciacorta, impiantato esclusivamente con tre uvaggi, tutti introdotti, dunque alloctoni (in realtà la quasi totalità della zona è solo a Chardonnay).
A scanso d’equivoci: si tratta di grandi professionisti, fini imprenditori, ma facenti un lavoro completamente diverso dal nostro e pertanto non riteniamo di poter esser rappresentati da loro.
Abbiamo la fortuna di operare sul Garda, una zona più salubre rispetto la Pianura Padana (per quanto fragile e da tutelare), tuttavia questo non significa chiudere gli occhi sulla nostra regione.
Il lavoro quotidiano, il rispetto per la Natura, la salvaguardia di vecchi vigneti ed antiche varietà è il nostro contributo, costante e silenzioso, per il miglioramento della nostra area.
Vigneto Josef: nessun diserbo e glifosate, l’erba viene tagliata solo manualmente. Ecco un impegno concreto che dovrebbe essere l’obiettivo di tutte le aziende agricole in East Lombardy.
Perché noi non diserbiamo? Forse perché abbiamo pochi vigneti? Beh, 3,5 ettari possono sembrare pochi!
Ma quando si deve tagliare l’erba con il decespugliatore a circa 15-18.000 piante, ecco che tutto prende un risvolto molto diverso. Oggi la meccanizzazione consente anche ad aziende vastissime di eliminare l’uso degli erbicidi e del Glifosate (questa sostanza non selettiva è stata un brevetto esclusivo di Monsanto scaduto nel 2001), pertanto l’idea che il diserbante sia una necessità per risolvere esigenze di ampi terreni è assolutamente superata. Nuove falciatrici sottofila e altri metodi non chimici consentono l’eliminazione dell’erba attorno alla vite, senza aggiungere fosforo ed altri inquinanti al terreno.
La salute della pianta è la salute del prodotto: tutto questo ritorna al consumatore. East Lombardy, a nostro parere dovrebbe essere un’occasione per una svolta di salute nei prodotti e nelle tipicità locali, ottenendo risultati duraturi, ne consumatori, nei ristoratori e nelle aziende agricole.
Note:
(1) Gesù, in Mt 6,24 e nel Lc 16,13
(2) http://www.codiamsa.org/centrali.pdf
(3)http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2017/03/05/news/quattro-ricorsi-al-tar-1.14983131?ref=search
(4) http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/15_gennaio_15/polveri-nell-aria-10percento-emesso-dall-inceneritore-fba64a2c-9ca0-
11e4-8bf6-694fc7ea2d25.shtml
(5) http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/15_gennaio_15/polveri-nell-aria-10percento-emesso-dall-inceneritore-fba64a2c-9ca0-
11e4-8bf6-694fc7ea2d25.shtml
(6) http://www.eastlombardy.it/it/18/
Note:
(1) Gesù, in Mt 6,24 e nel Lc 16,13
(2) http://www.codiamsa.org/centrali.pdf
(3)http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/
cronaca/2017/03/05/news/quattro-ricorsi-al-tar-1.14983131?ref=search
(4) http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/
15_gennaio_15/polveri-nell-aria-10percento-emesso-dall-inceneritore-fba64a2c-9ca0-
11e4-8bf6-694fc7ea2d25.shtml
(5) http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/
15_gennaio_15/polveri-nell-aria-10percento-emesso-dall-inceneritore-fba64a2c-9ca0-
11e4-8bf6-694fc7ea2d25.shtml
(6) http://www.eastlombardy.it/it/18/
L’Isidro Agricola 2016 è pronto!
Ecco il secondo Rubino di Josef
La “prospettiva rovesciata” di cui parlava Pavel Florensky riguardo il Cristianesimo si adatta molto bene al vino. In particolare lo era nella dicotomia tra scenografia e teatro, tra pittura rinascimentale prospettica, succulenta, disperatamente descrittiva e le icone orientali, bidimensionali e tutte concentrate sullo sguardo: sugli occhi dei Santi.
Proprio così, il vino è – o meglio – dovrebbe essere il risultato della prospettiva rovesciata: frutto di un albero con i rami protesi verso il cielo, ma al tempo stesso parte visibile di una “doppia pianta”, specularmente sviluppata sotto terra. Meglio ancora sarebbe se quella pianta avesse la parte più rigogliosa nel terreno sotto ai nostri piedi (ovvero le radici).
Uno dei cardini in viticultura Biodinamica, secondo Nicolas Joly, è proprio la divisione tra le sezioni dionisiaca e apollinea, ovvero tra le radici dell’albero protese verso le profondità del suolo e la sua chioma, tendente al cielo.
Queste due costanti mi ha hanno guidato nel pensare ad un “nuovo” Rubino: tradizione del vino e della cultura cristiana europea, congiunta alle basilari intuizioni steineriane operate dal produttore francese.
Importanza della parte radicale e matericità nel bicchiere, in breve: un Rubino con sole vigne vecchie, anzi antiche.
Isidro Agricola è un Rubino come al solito derivato da vinificazione separata delle cultivar e successivo assemblaggio della couvée, le viti hanno un’età media di settantasette anni: novantacinque a Cavriana e più di sessanta a Ponti sul Mincio.
Oltre alle necessarie uve previste nel Garda Colli Mantovani Rubino, nei campi sono presenti, pur catalogate come Merlot (al tempo in cui furono piantate era da poco terminata la prima guerra mondiale…) vecchi cloni anche di Marzemino e Marzemino Padovano.
L’uvaggio è stato tenuto tuttavia il più possibile imparziale, nessun vitigno tende ad essere dominante, è un vero vino “creolo” senza principio di dominanza varietale.
Il millesimo 2016 è stato di difficile conduzione, in aggiunta alla solita vendemmia verde, la riduzione della resa per ettaro, abbiamo dovuto sacrificare molta altra uva per colpa della peronospora; il Merlot
di Ponti sul Mincio, in particolare, ha richiesto operazioni “chirurgiche” durante la vendemmia, ovviamente manuale, l’uva (botritizzata) è stata selezionata acino per acino come fosse un vino di predicato tedesco “trockenbeerenauslese”.
L’idea di rinunciare al raccolto non era neppure da pensare, una volta compiuto questo grande sforzo, l’uva surmatura, muffata, selezionata e acinellata ha restituito un grande prodotto: da un’annata difficile è uscito (poco) materiale di grande forza.
Torneremo più tardi sul concetto del sacrificio nel lavoro… La Rondinella di Ponti è stata portata a vendemmia il più tardi possibile, poco prima che, ad ottobre inoltrato, ricominciassero le piogge.
Vinificata in tonneau di legno aperto. Tre follature manuali quotidiane.
Abbiamo scelto di non diraspare la Negrara per varie ragioni. La vinificazione integrale dell’uva conferisce al vino grande finezza, dopo un primo momento in cui il raspo si fa sentire nella beva i suoi acidi verticalizzano, rendendo elegante, il vino. L’Isidro Agricola è pertanto un Rubino arcaico e moderno, in quanto figlio della più stretta tradizione e del recupero di antichi vitigni.
Vigneto a Madonna della Selce a Cavriana da cui proviene l’uva per il Rubino Isidro Agricola. Le piante sono del 1922, molte a piede franco.
La grande “novità” è un ritorno al passato. Con l’inserto della Negrara Trentina portiamo a termine un primo step che ci eravamo professati all’inizio del nostro percorso, quando abbiamo deciso di puntare tutto sul Rubino: dare vita a due vini rossi, il primo che valorizzasse la Rossanella del Garda (Josef Rosso) e l’altro la Negrara Trentina (Josef – Isidro Agricola). Un tempo queste erano le due varietà maggiormente presenti in zona, oggi scomparse: noi abbiamo iniziato nuovamente a lavorarci su.
L’uva proviene dal vigneto piantato nel 1922 a Cavriana, molte piante sono a piede franco; la Negrara Trentina, esposta a pieno sud, altezza di 176 m/slm, è stata vinificata integralmente: non diraspata.
Le caratteristiche dei monti in strada Cavallara, come questo campo, sono la salinità ed anche il nostro prodotto non fa eccezione.
L’Isidro Agricola 2016 ha richiesto una complessità di passaggi non indifferenti e ben 27 giorni di contatto medio con le bucce. Nessun affinamento in legno, dopo alcuni travasi è stato imbottigliato senza filtrazione, come tutti vini Josef.
Ora, non vorrei esser prolisso nel sottolineare
l’esclusivo uso di lieviti indigeni ed una solfitazione molto prossima alla dichiarazione “senza solfiti aggiunti”, ovvero 21 mg totali.
Io volevo un “vino-vino”, un vino che fosse l’espressione del Rubino così come fu concepito all’atto di stipula del disciplinare del 1976, quando si pensò di strutturare un prodotto semplicemente grande, risultato di uve storicamente presenti nelle colline moreniche a sud del Garda.
L’Isidro non è un vino con odorini ben precisi, non ha un frutto dominante, non è un prodotto inseribile in una scala precisa: è un’amalgama di situazioni mutevoli, come il corso della vita.
Cambiano nel bicchiere minuto dopo minuto. Il suo colore viola tenebroso è precursore di una sensazione materica presente in bocca. Ho parlato di tradizione, ma non c’è nessun compromesso con la rusticità, essendo tutto giocato in un lessico di salinità e finezza, note silvestri e rotondità, che lo collocano sul precipizio di una domanda la quale – spero – il bevitore si ponga all’assaggio: può un vino arcaico essere anche percorso da forza ed eleganza?
Non sono forse contraddizioni?
In altre parole: “Può un vino eseguito in maniera classica, oculata ma tradizionale, esprimere finezza?”. Certo che sì, e questo è un atto lirico, non dissimile da certi gesti semplici della Natura: il guizzo del salmonide al torrente, il decollo di un cigno e la pesca di un luccio combattente. Rustici, ma poetici. Perché un vino arcaico, senza (o quasi) vitigni internazionali può essere al passo coi tempi?
Chiaro! È proprio l’assenza di dominanza varietale a concedere al terroir di largheggiare e vincere su tutti gli altri sentori: l’Isidro Agricola è solo terroir, assente di ogni altro strumento “de cave”: niente affinamento, solo un grande lavoro di selezione dei vitigni e della loro vinificazione. L’unica premessa è la totale consacrazione alle vecchie vigne ed agli antichi cloni.
Isidoro era un contadino illetterato vissuto attorno al 1100, divenuto patrono di tutti gli agricoltori e, soprattutto, degli affittuari agricoli. Nel 1662 Papa Gregorio XV decise di santificarlo congiuntamente a grandi santi intellettuali, filosofi, e dottori della Chiesa, mettendo l’umiltà come valore principale di Isidoro. Josef tributa a questo grande Santo un Rubino antico, fatto solo con vigne di almeno 60 anni, in cui vi sono molte varietà che stanno scomparendo come la Negrara.
Infine un Rubino rivoluzionario, un vino che torna dal passato e guarda all’alba di dopodomani.
Isidro Agricola 2016 alzata del cappello – fermentazione
con lieviti indigeni – follature manuali
Arte Coloniale Spagnola, tavola del 1500 circa.
In questa riproduzione possiamo vedere i molti momenti della vita del Santo, sempre legati alla terra.
Isidoro conquistò la santità col lavoro dei campi, seppe sopportare – proprio come avviene ancora oggi nell’agricoltura – invidie ed illazioni degli altri contadini, superando il giudizio della gente, tirando dritto per la propria strada.
È patrono di molti comuni in Italia, ma sono i paesi latinoamericani a tributargli grande culto. Protettore degli agricoltori e degli affittuari agricoli. Abbiamo voluto dedicare a Lui il nostro secondo Rubino, sia da esempio per noi e – soprattutto – per il vino, il quale possa sempre essere specchio della semplicità e delle idee chiare.
Vino fatto solo dell’espressione della terra: senza prevalenza varietale, senza affinamento in legno, lunghe macerazioni.
Dedicare un vino ad un santo potrebbe sembrare una decisione vecchia o superata. Non importa, così come crediamo nella forza della Natura e dei pianeti che si esprime nella Biodinamica, a maggior ragione abbiamo fiducia che l’espressione della fede non possa essere qualcosa di esterno la vita. Un Rubino per omaggiare la storia, ma soprattutto per omaggiare il terroir morenico.